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Il Pd, Renzi e la controversa riforma elettorale, i tre elementi che infuocano l’Italia politica

In Italia in questi giorni si sta assistendo ad uno scontro politico-generazionale istituzionale forse con pochi precedenti nella storia della nostra Repubblica.
Abbiamo assistito prima all’ingresso di nuovi schieramenti politici all’interno di Parlamento, con la partecipazione attiva di persone che non hanno minimamente avuto nessuna esperienza in campo politico, dopo

ad un ricambio generazionale della dirigenza politica, con la presenza di nuovi volti che hanno decantato la fine della politica degli inciuci, ed aperto l’era di un nuovo volto della politica italiana, rievocando ideali di novità e destrutturazione di un sistema politico ormai evanescente ed obsoleto.

Tutto ciò ha comportato la nascita di nuovi schieramenti politici guidati da volti relativamente nuovi e cambi generazionali anche ai vertici dirigenziali degli schieramenti stessi, come nel caso del Pd.
Matteo Renzi da quando si è insidiato alla carica di segretario generale del Partito Democratico, ha cercato con forza di combattere l’immobilismo politico-legislativo decisionale cronico che da sempre attanaglia la nostra penisola.
Il segretario ha ben pensato di perorare come cavallo di battaglia la riforma elettorale tanto discussa, ma mai realmente affrontata.
In realtà di una vera riforma si poteva fare a meno, considerando che la Corte Costituzionale aveva già deliberato a proposito reintroducendo il sistema “Mattarellum”.
Ma al nuovo sistema politico non basta, e specialmente a Matteo Renzi che si adopera per l’elaborazione di una nuova legge elettorale che prende il nome di “Italicum”, quasi a volere imporre un suo diktat sulla nuova leadership del Pd, sedando i malumori che intanto crescono all’interno delle correnti di minoranza che formano il suo stesso partito.
Il risultato che si è ottenuto non lo si può valutare positivamente, in primis perché la posizione presa e tenuta da Matteo Renzi, ha accentuato la frattura interna dei Democrat (per altro mai sanata) soprattutto dopo le dimissioni dalla presidenza del partito stesso di Gianni Cuperlo, nonostante i continui messaggi di rassicurazione unitaria partitica, lungamente espressi dai due oppositori ( Renzi e Cuperlo stesso).
In secondo, Renzi ha elaborato una legge elettorale superflua, consultando anche personaggi politici che come ho ampiamente detto durante gli scorsi articoli, devono essere lasciati fuori dagli affari di governo.
Infine la riforma elettorale così elaborata non reintroduce un principio cardine dalla nostra costituzione, ovvero l’Italia è una democrazia rappresentativa diretta da parte dei cittadini, dove i cittadini eleggono direttamente i propri rappresentanti e quindi spetta anche l’elezione di colui che deve dirigere, intraprendere e guidare l’azione di governo.
Se una nuova riforma elettorale prevede un premio di maggioranza del 18% alla coalizione che raggiunga il 35% delle preferenze al primo turno, uno sbarramento del 12% per le coalizioni di governo, e l’8% per chi corre da solo, ma non prevede che i cittadini possano dare loro la preferenza su chi deve guidare il paese, non possiamo dire che si compi una democrazia “de Facto”.
Varrebbe sicuramente la pena lasciare le cose come stanno, avallando la sentenza della Corte Costituzionale e reintroducendo il sistema “Mattarellum” che ha dato vita a tre legislature (XII Legislatura nel 1994, XIII Legislatura nel 1996, XIV Legislatura nel 2001).
L’elezione diretta del Premier da parte dei cittadini è la massima espressione di democrazia che si possa attuare, ma anche un espediente per sfatare l’imbarazzo di ritrovarsi rappresentati da un personaggio politico, che non rappresenti veramente ciò che la volontà popolare ha espresso nel momento in cui i cittadini si sono trovato di fronte alle urne.
Davide Lombino

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