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Marco Polo e la falsa storia dell’importazione degli spaghetti

La storia molto spesso non viene riportata ai giorno nostri
sempre come elemento di verità assoluta ed incontrovertibile.

Spesso la verità dei fatti storici si intrecciano con i miti e le leggende che alla fine trasformano le fantasie in fatti realmente accaduti.

Questo è il caso della storia degli spaghetti che si vuole attribuire a Marco Polo l’importazione come prima volta del prodotto in Italia, dopo il suo ritorno dalla Cina.

In realtà al tempo in cui il mercante veneziano si trovava in Cina, già in Italia si consumavano gli spaghetti da qualche secolo e i cinesi da qualche millennio (anche se sotto forme diverse).

Nel 2005 gli archeologi ritrovarono sulle sponde del Fiume Giallo una ciotola di spaghetti risalenti al tardo neolitico, dall’analisi che effettuarono stabilirono che erano lunghi, gialli e fatti con farina di miglio.

Marco Polo nel suo libro il “Milione” parla di pasta (fatta con farina del frutto dell’albero del pane), ma mai di spaghetti.

Possibilmente la ragione che porta il mercante veneziano a non parlare di spaghetti, è dovuto al fatto che non li abbia mai assaggiati, in quanto nel periodo in cui egli si trovò in Cina, il paese si trovava sotto il governo della dinastia mongola dell’imperatore Kubilai Khan e notoriamente i Mongoli non mangiavano spaghetti.

Cosa portò ad attribuire l’importazione degli spaghetti da parte di Marco Polo in Italia? La risposta va ricercata in America.

Tutto ebbe inizio nell’ottobre del 1929, in un articolo pubblicato dal “The Macaroni Journal”, organo dell’associazione dei produttori americani statunitensi.

La nota rivista americana narra di un marinaio di nome Spaghetti, che imparò da una cinese a preparare questo tipo di pasta per poi importarlo in Italia , e peraltro battezzando la rivoluzionaria mercanzia con il proprio nome.

Un giorno la flotta comandata da Marco Polo, trovandosi a corto di acqua potabile, e stazionata a largo delle coste cinesi, attraccò a terra in cerca del bene mancante.

Vennero mandati a terra alcuni marinai, i quali presero direzioni diverse nella speranza di avere più chance di trovare l’acqua.

Spaghetti arrivò in un villaggio dove vide un uomo ed una donna intenti a preparare in una terrina, quella pasta lunga e sottile, il marinaio capì subito il potenziale che avrebbe avuto quel cibo.
Si fece spiegare a gesti la preparazione, e prima che fu di ritorno sulla nave, raccolse l’occorrente per successivamente poterla lavorare a bordo, il composto attenuto (nastri sottili e lunghe), successivamente vennero stesi al sole per permettere l’essiccazione.

Il marinaio ottenuto gli spaghetti non capì, come quello strano cibo potesse essere mangiato, visto che si presentava troppo duro. 

Ebbe l’intuizione di cuocerli sul fuoco utilizzando l’acqua salata del mare, ed il risultato che ottenne fu talmente strabiliante, che quando tornò in patria gli spaghetti divennero subito popolari prima nel suo villaggio, e poi sul resto della penisola che diedero fama e notorietà al marinaio.

La storia così descritta si diffuse rapidamente tanto di non passare inosservata dagli studi cinematografici di Hollywood, che nel 1938 diedero vita al lungometraggio di un film dal nome The Adventures of Marco Polo (con la splendida interpretazione del mercante veneziano da parte di Gary Cooper e che in Italia la censura fascista trasformò, non si capisce bene perché, in Uno scozzese alla corte di Gengis Khan), dove la trama riportò fedelmente quanto descritto nella storia inventata.

Probabilmente non esiste nessuna interconnessione tra gli spaghetti cinesi e quelli italiani, due processi lavorativi, forse sviluppatosi in modo analogo ma parallelo, senza mai avere punti di contatto.

La pasta cinese è fresca e fatta di farina di grano tenero, mentre quella italiana è secca e di farina di grano duro.

Già i Romani conoscevano l’uso ed il consumo della pasta fresca, ma l’essicazione venne messa appunto dagli Arabi che la importarono in Sicilia.

Nel 1154 il geografo Al-Idrisi scrisse che nell’abitato di Trabia tra Termini e Palermo, si produceva talmente tanta pasta da esportarne tra i musulmani ed i cristiani.

Da lì seguendo le principali rotte commerciali giunse a Genova dove nel 1279, un notaio, nel compilare l’inventario dei beni lasciati da un milite di nome Ponzio Bastone, scrive: “Una barisella plena de maccaroni.” .
Fu la prima volta che comparve questa parola, vent’anni dopo Marco Polo fu di ritorno dalla Cina.
Davide Lombino

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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