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Renzi il volto nuovo del Pd, per azzardare il progetto riformista del paese

Il presidente del Consiglio Renzi, ha presentato il progetto di rilancio economico tanto atteso.
Il fondamento si basa sulla riduzione dell’IRPEF, sulla riforma della scuola, sugli sgravi fiscali e benefit per la locazione degli immobili e la tanto agognata riforma del mercato del lavoro.

Tutti punti focali che i passati governi hanno cercato di affrontare con la certezza di parole aleatorie, ma senza concretezza di fatti.

Renzi si prende il merito di attuare una riforma di riduzione dell’Irpef, già messa appunto dal suo predecessore Enrico Letta, derivante dalla politica di spending review messa in atto e programmata nel corso del prossimo triennio.

Una Spending che secondo i dati di Cottarelli arriva a sette miliardi nel 2014, diciannove miliardi nel corso del 2015 e trentacinque miliardi nel 2016.

Non si capisce poi perché il partito democratico continui a logorarsi in guerre interne per il cambio del comando, considerando che in gran parte il programma di Renzi non apporta sostanziali cambiamenti al suo predecessore.

L’input espressamente messo in atto dal nuovo premier è encomiabile, cercare per una volta di attuare una buona politica costruttiva senza strumentalizzazione mediatica, il piano di dare 10 miliardi a dieci milioni di cittadini (e più precisamente coloro che hanno un reddito di 25 mila euro usufruiranno di circa 85 euro in più al mese in busta paga), incidendo sul cuneo fiscale, non è una partita giocabile da tutti.

Renzi ha dichiarato esplicitamente di voler cambiare il volto del paese attuando un percorso di riforme in cento giorni, sottolineando che il suo fallimento metterebbe la parola fine non solo al suo governo, ma bensì alla sua carriera politica.

Un proposito alquanto sano da chi è “nuovo” sul campo politico nazionale, ma che si troverà inevitabilmente a fronteggiare una serie di resistenze al percorso di riforme che il premier ha in cantiere, provenienti dall’opposizione di governo, ma anche dalle correnti interne contrarie alla sua linea di governo del suo stesso partito.

Il nocciolo del problema resta non tanto il proposito riformista del paese che Renzi ha in mente di attuare, ma bensì la fattibilità concreta dell’attuazione di quelle riforme che cambierebbero il volto dell’Italia.

Renzi si troverà ad affrontare scogli veramente duri da abbattere, i quali altri suoi predecessori non hanno mai osato sfidare, fra tutti vogliamo ricordare la riforma del Capitolo V della Costituzione ed il superamento del bicameralismo perfetto, l’abolizione delle Provincie, ciò porterebbe sicuramente alla sburocratizzazione dell’iter legislativo del nostro paese, il quale per una volta potrebbe dare l’idea di essere praticamente il più europeista dei paesi facenti parte dell’Unione.

Anche la realizzazione del Jobs Act avvicinerebbe l’Italia ad una concezione europea del mercato del lavoro, troppo inflazionato dalle varie riforme effettuate in passato, messe in atto per regolarne il tiro, ma senza incidere realmente su una ristrutturazione globale della struttura sulla quale il mercato del lavoro si basa, il quale non risponde più oggettivamente e soggettivamente ai parametri europei, e in cui offerta risulta totalmente disallineata alla domanda creando un vuoto economico, colmato dall’alto tasso di disoccupazione ed inoccupazione giovanile.

Altra considerazione da fare nel campo del lavoro, sarebbe quella che il beneficio apportato dall’eliminazione dei contratti di categoria, con l’introduzione del contratto unico garantirebbe pari diritti e doveri a tutti i lavoratori, i quali vedrebbero annullate le sperequazioni contrattuali derivanti dall’attuazione dei contratti di categoria.

Il Pd sembra aver aperto un percorso di riforme, bisogna vedere se il riformista in questione, possa essere messo in condizione di attuare le riforme in cantiere, o sarà vittima di qualche franco tiratore.

Di certo questa volta la faccia non è solo di Matteo Renzi, ma di tutto il partito di centro-sinistra, un suo fallimento potrebbe mettere definitivamente fine non solo alla carriera del neo-premier, ma anche la credibilità del Pd stesso, il quale avendo operato un cambio di leadership, non potrà screditare se stesso.

Davide Lombino

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