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Riforma del lavoro; flessibilità prima, dopo l’ articolo 18


In Italia stiamo assistendo in questi giorni; ad un braccio di ferro durevole su una riforma che sta dividendo la nazione, ovvero la modifica dell’articolo 18. 

Ricordiamo che l’articolo di legge in questione, tratta della reintegrazione del posto di lavoro da parte del lavoratore in seguito al licenziamento senza giusta causa o giustificato motivo; e fa parte della legge n° 300 del 1970 (o legge Giugni) che regolamenta lo statuto dei lavoratori. 

Il governo chiede una deroga al suddetto articolo con la possibilità di indennizzare il lavoratore per la non giustificata perdita del posto di lavoro; senza però poter chiedere la reintegrazione del posto di lavoro. 

Questa deroga dovrebbe riguardare solo alcune categorie di lavoratori ed in particolare: i lavoratori “in nero” che vengono regolarizzati dalle aziende in cui lavorano; i lavoratori il cui contratto a tempo determinato venga trasformato in contratto a tempo indeterminato (ma solo nel Sud); i lavoratori la cui assunzione faccia superare all’impresa la soglia dei quindici dipendenti (questo per facilitare le assunzioni nelle aziende che attualmente impiegano meno di quindici lavoratori).
Le divergenze spaccano le parti sociali: da una parte il governo con ministro del lavoro Elsa Fornero,con confindustria e il Pdl chiedono la modifica o l’abolizione dell’articolo su menzionato; dall’altro il Pd ed la segretaria nazionale della  CGIL Susanna Camusso  rispondono che su l’argomento c’è ben poco da discutere, pertanto oppongono una ferrea resistenza alla modifica di legge ritenendo la stessa garanzia dei lavoratori in un periodo di massima volatilità lavorativa; ed incertezza occupazionale. In realtà la norma andrebbe modificata ma non abolita; l’attuale Governo Monti; sta cercando di porre le basi per fare in modo che l’occupazione possa ripartire; nonché cercherà di attuare una politica di governo finalizzata (nella fase due ovvero la crescita); la creazione di nuovi posti di lavoro. 


L’abolizione sarebbe almeno in questo periodo un grave errore; in quanto non ci sono i presupposti di flessibilità del mondo del lavoro; che faciliterebbe la ricerca di un nuovo posto di lavoro. L’abolizione totale darebbe ancora più forza e potere alla classe imprenditoriale; per operare ancor più indiscriminatamente di prima; indebolendo la già estenuata classe dei lavoratori. Il governo sta operando a garanzia dei soli forti; non apre un ulteriore dialogo al Pd ed ai sindacati; che da parte loro mostrano una rigidità mentale ai cambiamenti. 

La modifica all’articolo 18  va fatta; soltanto dopo le garanzie di flessibilità lavorative. Il premier i giorni scorsi ha riferito che i giovani devono dimenticare il posto fisso; ma non ha riferito cosa intenda fare per la creazione di flessibilità; se invece che riformare prima la legge; si cambiasse l’attuale criterio d’inserimento nel mondo del lavoro valutando più le reali capacità del candidato invece dei titoli che si porta dietro; se si supererebbero i vincoli di età per cui; se hai quaranta anni e perdi il lavoro; sei troppo giovane per andare in pensione; ma troppo vecchio perché qualcuno ti assumi; se si sarebbe disposti a uniformare i lavoratori sotto un unico contratto nazionale che ne disciplini diritti e doveri; se si eliminerebbero tutte le forme di contratti precari esistenti in Italia; lasciando solamente i contratti a tempo indeterminato e determinato; ed infine se i Governi italiani susseguitosi prendessero una posizione esecutiva nei confronti degli imprenditori che decidessero di abbandonare l’Italia per investire in altri paesi; attratti dai maggiori margini di profitto (ricordiamo tanto per citarne una la Omsa che nonostante gli utili di guadagno ha chiuso in Italia per aprire nei paesi dell’est europeo); allora si potrà procedere alla modifica dell’articolo 18. 

I Governi della seconda repubblica anche se sono stati diversi nel corso degli anni; sono accomunati da un unico intento garantire la classe imprenditoriale a scapito dei lavoratori.  Occorrono forze nuove la credibilità e la fiducia nei partiti politici in Italia si aggira intorno al 4%; sintomo che gli Italiani non credono più alle parole; la seconda repubblica ha fallito ed i politici ne sono consapevoli; non hanno riformato il mondo del lavoro quando le situazioni del caso la richiedevano; ed ora chi paga le conseguenze sono proprio i giovani; il futuro, ai quali qualche politico intende pure scaricare la colpa della situazione attuale. 

Un paio di sere addietro seguendo la trasmissione di satira politica “Striscia la notizia” sono rimasto sconcertato nel sentire le parole di un senatore della repubblica che chiamava “Sfigati” chi in Italia guadagna soltanto 500 euro al mese; continuando che nel nostro paese non ci sono poveri. Queste persone non hanno una visione reale della realtà pertanto non capisco come sia potuto accadere che siano stati eletti. 

Un consiglio posso dare ai giovani italiani come disse anche il noto giornalista Gianni Riotta “I giovani devono seguire la propria stella; ancor più quelli che decidano di andare all’estero i quali dovranno avere sempre l’orgoglio di essere italiani all’estero”. 

I giovani hanno la possibilità di cambiare le cose; anche se non sempre nel proprio paese; ma l’importanza da non dimenticare mai, è di non perdere la speranza di un futuro migliore; e cogliere oggi molto più di ieri, le occasione che un mondo fortemente globalizzato possa offrire in termini di opportunità e crescita lavorativa; perché alla fine quello che importa non è dove lavori; ma la sicurezza di condurre una vita dignitosa per se stessi e nello stesso tempo essere fautori della creazione di un futuro migliore.

Davide Lombino

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