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USA, democrazia ed atti di violenza omicida un trinomio controverso per un paese ritenuto democraticamente libero.

Floyd murder
George Floyd, polizziotto americano

L’ondata di violenza che si è abbattuta su Minneapolis, dopo l’uccisione di George Floyd avvenuta lunedì scorso a seguito di un regolare controllo effettuato dalla polizia americana, il quale si è trasformato in un omicidio effettuato da parte del poliziotto Derek Chauvin, ha trasformato la cittadina americana in una vera e propria protesta civile.

Tale protesta si è tramutata in una guerra di violenza vere e propria per la difesa dei diritti umani, e delle ingiustizie sociali, la quale si è diffusa in gran parte degli stati degli USA e in molti stati europei, perpetrata sotto forma di proteste cruenti di piazze contro il regime di polizia detenuto dagli agenti di polizia americana.

Gli Stati Uniti si definiscono un paese democratico, i quali (sempre per loro definizione), sono detentori e portatori degli stessi diritti, che cercano con la loro politica (militare e no) di perpetrare all’interno del paese e di diffonderli in altri paesi del mondo.

Questa affermazione risulta incertezza e alquanto controversa, se si considera la grande percentuale di razzismo ancora presente negli Stati Uniti, perpetrata deliberatamente da chi dovrebbe sovraintendere all’ordine sociale e pubblico, come appunto le forze dell’ordine statunitensi.

Questo omicidio non è l’unico compiuto dagli agenti di polizia degli Stati Uniti, ma è un altro tragico evento, che si aggiunge alla già tanta lunga lista di violenze effettuate dagli stessi nel corso degli anni.

A tal proposito vogliamo ricordare il caso di Eric Garner, quando il 17 luglio 2014, a Staten Island, l’agente Daniel Pantaleo lo afferrò per il collo fino a soffocarlo.

 

Secondo uno studio del Proceedings of the National Academy of Science of the United States of America, periodico ufficiale della National Academy of Sciences (NAS), in Nord America l’uccisione di una persona posta in arresto, rappresenta la sesta causa di morte per gli uomini di età compresa tra i 25 e i 29 anni appartenenti a qualsiasi gruppo etnico: il rischio annuale calcolato dallo studio è di 1,8 decessi per 100mila persone.

Rispetto ai bianchi, gli uomini afroamericani sono 2,5 volte più a rischio, le donne 1,4 volte.

Per i nativi uomini, il rischio è di 1,2-1,7 volte maggiore, mentre per le donne tale fattore è compreso tra 1,1 e 2,1.

Per gli uomini latini, infine, la probabilità cresce di 1,3-1,4 volte rispetto ai bianchi.

I dati dello studio, in realtà, non differenziano tra le uccisioni che, a seguito delle indagini, vengono poi ritenute “giustificate” e quelle che, invece, non lo sono.

Secondo i dati dell’FBI, che pure vengono ampiamente ritenuti incompleti, tra le 400 e le 500 morti delle circa 1000 provocate ogni anno da agenti di polizia ricadono nella prima categoria.

Ma secondo il sito www.mappingpoliceviolence.org, gli agenti che vengono accusati o condannati per questi eventi sono una nettissima minoranza: il 99%, infatti, non riporta accuse di tipo penale.

In base alle statistiche raccolte, in pratica, un uomo o un ragazzo di colore ogni mille verrà ucciso da un agente di polizia negli USA nel corso della propria vita.

Tali episodi sono la causa dell’1,6% di tutti i decessi di afroamericani tra i 20 e i 24 anni.

Eppure, una delle difficoltà maggiori per comprendere le reali dimensioni del fenomeno è rappresentata dalla mancanza di dati affidabili e completi a livello federale.

A occuparsi di tenere traccia di tali vicende sono il Supplementary Homicide Reports (SHR) dell’FBI e il programma Arrest-Related Deaths (ARD) del Bureau of Justice Statistics.

Secondo uno studio condotto nel 2015 dal gruppo RTI International, tra il 2003 e il 2009 e nel 2011, sia il database dell’FBI che il programma del Bureau of Justice Statistics hanno lasciato fuori dal computo quasi un quarto delle morti causate da agenti di polizia, registrandone solo, rispettivamente, il 49% e il 46%.

Proprio per rispondere a tale mancanza di dati, alcune testate internazionali come il Washington Post e il Guardian hanno cominciato negli anni a compilare dei database, tenendo traccia di tutti gli eventi di questo genere.

Non è un caso che, tra le fonti dello studio citato in precedenza, vi sia il lavoro certosino effettuato da Fatal Encounters, progetto che si basa sulle notizie riportate dai media, oltre che su rapporti pubblici, su ricerche commissionate e su dati di crowdsourcing.

Come si può evincere gli Stati Uniti non possono essere considerati quel paese democratico che ritengono di essere, almeno fino a quando casi come questo vengano trattati e puniti penalmente.

Se non fosse stato per le proteste portate avanti dai cittadini (soprattutto dalla comunità afro-americana), la questione si sarebbe risolta soltanto con una blanda punizione amministrativa (ricordiamo che solo a seguito delle proteste le autorità americane hanno deciso di licenziare il poliziotto omicida).

A questo punto porge farsi una domanda: quante persone sono morte a causa di abusi di potere perpetrati dagli agenti di polizia statunitensi?

Stando ai dati statistici riconducibili agli stessi soggetti privati come i progetti Fatal Encounters e Mapping Police Violence, gli agenti di polizia dal 2013 al 2019 hanno ucciso 7.663 persone, ovvero 1.100 l’anno e circa 0.34 ogni 100mila abitanti.

Sono numeri che fanno veramente rabbrividire, soprattutto se rapportati ad un paese il quale si definisce “portatore e sostenitore di valori democratici”.

Voglio anche ricordare che in molti stati degli USA esiste in vigore la pena di morte, la quale è una pena estrema che stride e si oppone ai valori democratici puri, ai quali gli Americani degli States ritengono d’ispirarsi.

Forse è il caso di dover rivalutare lo status democratico degli USA e ricordare che omicida non è soltanto chi fisicamente uccide un altro essere umano, ma anche chi con la propria condotta avalla atti di violenza non puniti, che si risolvono con la perdita volontaria di una vita umana.

 

Davide Lombino

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