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Re Umberto assassinato a Monza

L’Ora – Corriere politico quotidiano della Sicilia, 30 luglio 1900
Testata L’Ora – Corriere politico quotidiano della Sicilia
Origine Palermo – Italia
Data di pubblicazione 30 luglio 1900
RE UMBERTO ASSASSINATO A MONZA
Ieri alle 21.30 il Re, accogliendo l’invito del comitato del concorso provinciale ginnastico apertosi il 29 luglio si recava alla palestra, accolto dalle autorità e dalla popolazione acclamante. Alle ore 22.30 finita la premiazione, mentre il Re stava per uscire dalla palestra in carrozza, gli furono improvvisamente sparati contro quattro colpi di rivoltella da un individuo, che fu arrestato ed a tempo sottratto dal furore popolare. Il Re fu colpito da tre proiettili, uno dei quali lo toccò al cuore; giunse a palazzo esanime. Il regicida si qualifica per Bresci Gaetano fu Gaspare e fu Maddalena Gobbi, di anni 31, nato a Prato il 10 novembre 1869, tessitore di seta; è un giovane di piccola statura, robusto, dal viso pallido, con baffetti neri. Dicesi che sia un anarchico, proveniente dall’America. Dice di non aver complici e di avere commesso l’esecrando delitto in odio alle istituzioni, che il Re rappresenta. Sarebbe qui giunto il 27 luglio da Milano, ove si trovava da alcuni giorni.

L’assassino fu subito circondato, stretto dalla folla, che lo tempestò di bastonate, mentre si levavano le grida: “a mortea morte!”; fu sottratto a stento al furore del popolo. Sono stati fatti cinque arresti perché pare che esistesse un complotto. Colluttò fieramente con i carabinieri e lacerò ad uno di essi la giubba. Il Re doveva partire domani per Gressoney. Un telegramma da Monza giunto a Palazzo Braschi, reca che il cadavere venne subito posto a letto e denudato. Mentre si esploravano le ferite, la Regina gridava ai medici: “SalvatemeloSalvatemelo!”. Le ferite sono tre, una delle quali mortale al cuore. Risultò inutile ogni cura. Il cadavere venne rivestito. Il concorso ginnastico, dopo il quale si è compiuto il nefando attentato, era stato indetto dalla società ginnastica Forti e Liberi e ad esso parteciparono tutte le associazioni della Lombardia. L’intervento del Re non era ben sicuro; non si sapeva se si fosse recato al concorso di giorno oppure di sera; per il che è a presumersi che l’assassino, determinato al delitto, ne aveva aspettato l’arrivo per tutta la giornata.

Non è ancora finita la discussione sullo sgarbo fatto dalla Giunta di Milano al passaggio del Re per Monza, che arriva la notizia dell’assassinio! Il secondo Re d’Italia cade nel sangue, ucciso da una mano italiana! Una volta l’Italia mandava in giro i suoi poeti e i suoi guerrieri a portare nel mondo la gloria della sua arte, del suo pensiero e del suo valore; oggi manda invece i suoi assassini a portare in giro l’infamia, e da Carnet all’imperatrice d’Austria, la morte! Uno di questi assassini, prima di passare il confine, si è imbattuto nel petto di Umberto I, e lo ha spezzato. Abbrunate le bandiere e abbrunate i vostri cuori, o italiani! Non la spada di un capitano, ma l’arma di un assassino scrive oggi una nuova pagina nella moderna storia italiana, e sveglia contro di noi l’orrore e chiama su di noi la maledizione delle genti civili. O navi vaganti nell’oceano in cerca di barbari da punire, non raccolgano le vostre vele la furia di quell’orrore, l’impeto di quelle maledizioni! Nell’avvenire si stenterà a comprendere le ragioni e spiegare le cause del nuovo delitto. Questo Re non ambiva di diventare Cesare, e non era neppure costretto dalle leggi a segnare sentenze di morte contro i ribelli, come il repubblicano Carnet. Questo Re, non irritava il popolo col suo lusso, non lo corrompeva con malo esempio, non lo disonorava coi suoi vizi: questo Re non aveva nessuna delle qualità perigliose capaci di eccitare il pubblico malcontento o di svegliare il desiderio delle pubbliche vendette. Aveva, anzi, le qualità contrarie a quelle che sogliono ispirare gli odi e le avversioni; le qualità più proprie a placare i dissidi, a raddolcire i contrasti.
La massima sua preoccupazione era appunto quella di non far sentire il peso della sua autorità, altro che nel bene, e non far sentire l’influenza della sua persona, altro che nelle opere di pace e di clemenza, e il suo massimo studio, infine, era riposto nel parere, tanto nella forma che nella sostanza, il simbolo delle volontà popolari: essere l’espressione coronata della coscienza nazionale. Ma, ahimè, l’assassino è un bruto che non ragiona; l’assassino raccoglie impressioni e pensieri non suoi, e li traduce, presto o tardi, in delitti; l’assassino non sa e non comprende che le antitesi volgari, che vede luccicare sul labbro dei suoi maestri, e poi, per riflesso, sulla punta del suo pugnale o sulla bocca delle sue armi da fuoco; e non potendo discutere, odia, non potendo dimostrare, offende, e non potendo risolvere, uccide. “Date il voto, diceva Victor Hugo; date il voto al popolo e gli toglierete di mano il fucile delle rivoluzioni, e il pugnale dell’attentato!”. Ma Victor Hugo non fu profeta, e il voto rimase assieme col fucile; dopo le elezioni generali, ecco, arriva trionfante anche il regicidio!
Abbruniamo le bandiere e abbruniamo anche i nostri cuori, o fratelli d’Italia! “Prego Iddio che il mio sangue non ricada sulla Francia”, disse Luigi decimosesto in faccia al patibolo. Preghiamo oggi Iddio che il sangue di Umberto non ricada su nessun partito, e su nessuna classe di cittadini. Ma, purtroppo, fra le varie classi e i varii partiti in lotta nel nostro Paese, vi è da oggi un elemento nuovo, un elemento terribile di tragedia: vi è il cadavere del Re! Questo cadavere, che nessuna cassa d’oro o di piombo potrà mai serrare; che nessuna fossa potrà mai seppellire, che nessun mausoleo potrà mai chiudere; questo cadavere rimane e rimarrà lì, sanguinante, allo scoperto, col petto squarciato, sulla terra sempre rossa e sempre umida, sotto la luce del sole o delle stelle, sempre vigilante; e attorno a quel cadavere, molta lotta si combatterà, e molto rumore di tragedia suonerà nell’aria e nella storia del popolo italiano!
I PRIMI ANNI DI VITA – Umberto, Raniero, Carlo, Emanuele, Giovanni, Maria, Ferdinando, Eugenio di Savoia, Re d’Italia, era nato a Torino il 14 marzo 1844, ebbe sin da fanciullo non soltanto un’educazione militare, tradizionale nelle famiglie regnanti, ma anche politica. Nel 1859 per la prima volta comparve sul campo di battaglia, a fianco di Vittorio Emanuele, nella guerra per l’indipendenza, e prese attiva parte a tutto il movimento nazionale che fece l’unità della Patria, e più specialmente badò al riordinamento del Regno delle Due Sicilie, recandosi nel 1862, a Napoli e a Palermo, ove venne acclamato quale figlio del Padre della Patria. All’avvicinarsi dei gravi avvenimenti del 1866 Umberto di Savoia andò a Parigi, per scandagliare le intenzioni del Governo francese riguardo all’alleanza allora conchiusa tra l’Italia e la Prussia; e quando, poco dopo, ai negoziati subentrò la lotta delle armi, egli vi prese parte attivissima.
A CUSTOZA – Assieme al fratello principe Amedeo, si trovò alla battaglia di Custoza, e comandò una divisione dell’armata di Cialdini, col gradi di tenente generale. Restato improvvisamente di fronte a forze austriache superiori di numero alle sue, formò i suoi reggimenti in quadrato, chiudendosi in uno di essi, arrestò gli attacchi degli Ulani austriaci, e potè così attendere il soccorso del generale Bixio, col quale protesse la ritirata del Generale Durando. Loro due, il principe Umberto e il generale Bixio, fecero sì che questo primo insuccesso non si cambiò in disfatta. Nello stesso anno, nel  mese di febbraio, il principe Umberto aveva dichiarato di rinunziare alle sue competenze come tenente generale, per non pesare sul bilancio dello Stato.
I VIAGGI – Nel giugno 1872 andò a Berlino per assistere al battesimo d’una figlia del principe Federico Carlo, della quale fu padrino. L’anno seguente ebbe una calorosa accoglienza a Pietroburgo. Nel 1875 percorse in incognito l’Inghilterra, e poi andò a Vienna ad assistere ai funerali dell’ex imperatore Ferdinando. Si commentò molto la visita, che nello stesso anno egli fece a Garibaldi, appena arrivato a Roma, per esercitarvi il suo mandato di deputato.
L’ATTENTATO DI PASSANANTE – Il nove gennaio 1878, lo stesso giorno della morte di Re Vittorio Emanuele, egli fu proclamato Re d’Italia, sotto il nome di Umberto I. Egli indirizzò al popolo italiano, col quale si impegnava ad avere come sua guida, gli esempi di suo padre “di devozione alla patria, di amore al progresso, di fede alle libere istituzioni, che sono l’orgoglio della Casa di Savoia“. Il 7 novembre 1878 durante il suo viaggio a Napoli, mentre dalla stazione si recava alla Reggia, accompagnato nella carrozza reale dalla Regina Margherita e dal presidente del Consiglio dei Ministri Cairoli, in piazza Carriera Grande, poco lungi dalla stazione, fu aggredito dal noto cuoco Passanante, da Salvia, il quale con un pugnale, la cui impugnatura era avvolta in un drappo rosso, lo colpì per fortuna leggermente. Al momento dell’attentato la regina gridò: Cairoli, salvi il Re! e il ministro Cairoli alzandosi nella carrozza, fece scudo del suo corpo al Sovrano, e fu leggermente ferito anch’esso. Questo tentativo delittuoso fu occasione in tutte le città d’Italia di manifestazioni di simpatia per il Re e per la Casa Savoia. Tutti i partiti politici parteciparono alle manifestazioni, indignati contro il fanatico assassino. Passanante, dopo lunghi dibattiti ed esami, per stabilire il suo stato mentale, fu condannato a morte, ma la magnanimità del Re volle commutare la sua pena in quella dell’ergastolo (29 marzo 1879). Questa clemenza fu tanto più notata in quanto che in quell’istesso momento aveva luogo a Madrid l’esecuzione di Moncasi per u simile delitto. È caratteristica la frase che, parlando dell’attentato, il Re disse allora a chi gliene domandava: Sono gl’incerti del mestiere!
L’ATTENTATO ACCIARITO – Per la seconda volta una mano assassina attentò alla vita del Re nel 1897, mentre egli si recava in vettura alle corse delle Capannelle a Roma; e per la seconda volta il nefando tentativo non riusciva, e il Re rimaneva illeso. Il regicida Acciarito, veniva anch’esso condannato all’ergastolo. In tutti i grandi momenti, il cuore del Re ha palpitato sempre con quello della nazione. Egli accorse ultimamente a incoraggiare col suo saluto, e ad animare con l’augurio del primo soldato d’Italia, le truppe portanti la civiltà nella Cina, come già aveva fatto per le truppe che partivano per l’Eritrea. Umberto di Savoia fu un Re che visse sempre in mezzo al popolo, in comunanza d’affetto con la nazione; e l’assassino che ha troncato la sua vita ha colpito anche il cuore d’Italia!
Pubblicato da: Davide Lombino

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